lunedì 12 aprile 2010

Ancora sul personaggio, ancora Umberto Eco...

Sono arrivato lentamente alle pagine 199/200 del saggio di Umberto Eco.

Il lento procedere è strettamente legato alla ferma intenzione di volerne assimilare ogni piccolo particolare, ogni concetto che si cela nelle pagine - a volte prolisse, lo ammetto.

Vengono riportate alcune riflessioni del filosofo ungherese György Lukács; mi soffermo, in particolare, sul passo in cui si parla dell'eccezionale come realtà sociale tipica, ovvero

... è necessario (l'eccezionale) a sottrarre il personaggio alla medietà statistica e a costituirlo come modello ideale che assommi in sé NON i caratteri accidentali della realtà quotidiana, bensì i caratteri universali di una realtà esemplare.
Il semiologo si addentra nello specifico consegnandoci un ulteriore passo di Lukács in cui si evidenzia come, per il filosofo,

universalità vuol dire per un personaggio la possibilità di essere compreso da lettori lontani nei secoli e costumi...


in poche parole, vuol dire vivere in eterno grazie alla fruibilità non solo da un punto di vista estetico (legato a un'ottima descrizione del personaggio stesso poi calato in un'ottima narrazione) ma soprattutto dal punto di vista della credibilità: è a tutti gli effetti divenuto un'opera d'arte nella quale il lettore si identifica, o identifica un'Epoca, un Popolo, una Nazione!

Siamo di fronte a un altro concetto elevato di personaggio, di come si deve concepire affinché lui, come il resto di tutta la narrazione, possa resistere alle intemperie del tempo e alle picconate del nuovo che avanza, soprattutto di quell'italiano sempre più scadente, ma al quale l'orecchio ha fatto l'abitudine.

Comincio a pensare di essere di fronte non solo a un saggio di sociologia, ma anche della letteratura, nel senso che le tante cose apprese sui banchi della Scuola Internazionale di Comics, qui le vedo spiegate e a disposizione degli scrittori in erba... proprio come il sottoscritto.

strillo

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